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mercoledì, 20 luglio 2005
Scoperto dai carabinieri un mondo di schiavitù

Bresciaoggi - Mercoledì 20 Luglio 2005

Portata a termine con successo l’operazione Marco Polo
Scoperto dai carabinieri un mondo di schiavitù
Blitz in ditte bresciane: operai al lavoro in condizioni gravissime
 
Milano. Il sottosegretario al Lavoro Roberto Rosso lo ha definito «un piccolo Stato nello Stato, un autentico Terzo Mondo dentro i nostri confini, organizzato e allestito forse anche con complicità locali». Sono le 9 aziende irregolari scoperte nei Comuni di Brescia, Castelmella, Gussago, Nuvolento e Manerbio: impiegavano 65 lavoratori irregolari cinesi, di cui 35 senza permesso di soggiorno. L’operazione, battezzata dai Carabinieri e dall’Ispettorato del Lavoro «Marco Polo» e coordinata dal Ministero del Lavoro, ha portato alla luce un mondo che credevamo lontano anni luce: lavoratori in condizioni igieniche disumane e sottoposti, precisa Rosso, «a uno stato di apparente schiavitù».
Le immagini riprese dall’Arma dei Carabinieri sono raccapriccianti: uomini e donne costretti a lavorare in ambienti per lo più dismessi. Ci sono anche facce giovanissime, di minori. «Le aziende ispezionate, precisano Paolo Vettori, direttore reggente della Direzione provinciale di Brescia del Ministero del Lavoro, e Rosario Calì, comandante provinciale dei Carabinieri , sono state 10, di cui 9 caratterizzate da forti irregolarità». Gli accertamenti hanno riguardato 96 lavoratori di cui 65 irregolari: 16 in totale gli illeciti di natura penale contestati, mentre 7 sono gli arresti disposti dall’autorità giudiziaria. I 120 illeciti amministrativi accertati hanno condotto a sanzioni per un totale di circa 32 mila euro.
«Quello che colpisce guardando i dati e i filmati, commenta Rosso, è la grandezza del fenomeno che abbiamo scoperto. Ci siamo trovati di fronte a una vera e propria organizzazione industriale clandestina. È un po’ come se una centrale pensante cinese avesse ideato e programmato di rendere ancora più «redditizio» e appetibile il proprio lavoro a basso costo, trasferendo direttamente nel nostro Paese quei sistemi di produzione di merci contraffatte del made in Italy, che prima venivano fabbricate in Cina».
Semplice il meccanismo ideato dai malviventi: attraverso prestanomi avevano dato vita a imprese che producevano capi di abbigliamento, impiegando manodopera schiavizzata. Ciò che , rimarca Rosso, «è l’esportazione dalla Cina di metodi di lavoro che, per la loro durezza e disumanità, forse non vengono praticati nemmeno in Cina». Sarà adesso la magistratura a vagliare la documentazione messa a disposizione dal Ministero del Lavoro, accertando «se esistono responsabilità, coperture e collusioni con industrie e marchi italiani». Fabio Poletti


Postato da: manerbio a 16:01 | link | commenti
immigrazione, carabinieri, arresti, extracomunitari, aziende manerbiesi


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